Un realistico paradosso

Un realistico paradosso

La recensione di Serpenti

Ieri sera, dopo la “pausa” all’arena estiva, è ufficialmente riaperta la sala di via S.Quirico. Il film che ha inaugurato la stagione 2026/2027 è italiano ed è appena passato dal Lido di Venezia, dov’è stato uno dei titoli più acclamati e positivamente discussi della Mostra.

Si tratta di Serpenti, per la regia di Roberto De Paolis e la sceneggiatura di De Paolis e dei fratelli Damiano e Fabio D’Innocenzo, autori di Favolacce (2020) e America Latina (2021).

Quando si vede scritto il nome D’Innocenzo sul grande schermo si può star certi di una cosa: la storia che stiamo per seguire sarà cucita con toni dark, comicità dura, e un’analisi sociale pervasiva e tagliente, accompagnata da una buona dose di assurdo. Serpenti non fa eccezione.

Una storia paradossale, ma che nel paradosso trova la chiave per diffondere una metafora della società odierna dai contorni e dalla puntualità sopraffine. De Paolis ci fa entrare lentamente nella psiche del protagonista, Paolo Marra, interpretato magistralmente da Leonardo Lidi. Marra è un femminicida pentito, che per cercare di rimediare al senso di colpa che lo attanaglia da quando ha ucciso Maria Francesca, sua moglie, decide di andare a costituirsi in commissariato.

O almeno, ci prova.

Un commissariato, quello del poliziotto interpretato da Alessandro Borghi, che non ha voglia di lavorare (e che preferisce scrollare la homepage di Amazon, flirtare alle macchinette o dare la colpa all’emicrania a grappolo), affogato da una burocrazia che riesce a mettere in secondo piano anche l’urgenza di una confessione come quella di Marra. Poi c’è Pietro Castellitto, che interpreta un avvocato d’ufficio istrionico, che ha piuttosto i contorni di un inquietante life coach. E infine l’unica protagonista femminile, interpretata da Valeria Golino, una misteriosa e coloratissima lettrice di tarocchi. E forse è lei il personaggio più concreto di tutto il film, nonostante compaia come un fulmine colorato nel bel mezzo di un commissariato asettico e labirintico, a darci la vera morale di tutto il girato, permettendosi pure di sfondare la quarta parete.

Le inquadrature sono strette, anzi strettissime: fin da subito le quinte dell’immagine prendono più spazio in scena del soggetto. La prima carrellata è un lentissimo zoom nel corridoio di casa Marra: i muri crepati, le pareti alte, un miagolio di un gatto e la piccola, rinchiusa, figura di Paolo. Già prigioniero, ma della sua mente.

Zoom, lentissimi motion blur che creano figure fantasmatiche, esterne dall’alto che sembrano riprese di telecamere di sicurezza: una regia che genera un effetto straniante, che tiene lo spettatore “in alto” rispetto agli eventi, come se stesse sognando. Tutte scelte che ci accompagnano in una commedia dark, con una sceneggiatura che ti fa sentire impotente di fronte a un loop continuo ed estenuante, che non sembra mai risolversi, tra attese, paradossi e incomprensioni.

De Paolis si allinea a quello che è stato finora il suo cinema, con film come Cuori Puri (2017) e Princess (2022): un’attenta e pungente critica alle istituzioni del nostro paese, smontate e ribaltate nell’esagerazione del singolo caso per parlare dei problemi di fondo della società moderna.

“Se vuoi davvero avere l’attenzione di tutti devi uccidere un uomo, non tua moglie”.

© Copyright 2026 - Cinema Nuovo Pendola Siena | Tutti i diritti riservati | AREA RISERVATA