È stato il maggiordomo, nello studio, con la pistola
La recensione di Maigret – L’amore e la morte
a cura di Adele B.
Inizia la seconda settimana di apertura autunnale del Cinema Nuovo Pendola, e stavolta la proposta lascia il cinema italiano per fare un salto dall’altra parte del Tirreno.
Arriva al Pendola il nuovo capitolo dell’amatissima saga del commissario Maigret, il Poirot parigino dal flemmatico humour francese nato dalla penna di Georges Simenon e adattato numerose volte per il cinema e la televisione. Dopo Gerard Depardieu, iconico Maigret nel 2022, la saga prosegue dopo quattro anni con Denis Podalydès. Un Maigret un po’ meno caratterista, ma che si sa far riconoscere immediatamente dai suoi spettatori, col suo tono pacato, rassicurante e decisamente sarcastico. E la sua immancabile pipa.
Lo spettatore è infatti catapultato subito in medias res, come tutti i buoni gialli che si rispettino: non c’è bisogno di fare grandi introduzioni, conosciamo già i personaggi della saga, e se fosse la prima volta che li vediamo, impareremo a studiarli attraverso i piccoli dettagli che li rendono caratteristici e riconoscibili. Perché, come ogni buon giallo, i personaggi devono essere iconici e avere spiccati segni particolari: lo spettatore si deve ricordare di loro per indagare!
Conosciamo rapidamente la squadra di Maigret, il commissariato, giusto il tempo di ambientarci nei primi minuti di film in un tranquillo ambiente di lavoro, in cui il detective Janvier addirittura dice che ci si annoia, ultimamente. E questi primi minuti sono fondamentali per la costruzione del climax, anticipato, che porta alla sperata rottura di questa quiete: c’è un omicidio, un altro difficile caso da risolvere per il nostro eroe.
Se spesso nei gialli la complicazione del caso arriva dalle troppe piste e troppi moventi (soprattutto quando a morire è un ricco, come in questo caso), stavolta si crea il problema opposto per Maigret: nessuna pista e una sola testimone. Che tra l’altro è la peggior testimone che possa esistere: la cameriera personale della vittima, dall’apatica flemma, profondamente credente (e lo capiamo senza che ci venga detto esplicitamente dal crocifisso che tiene sempre al collo) e soprattutto sorda. Considerando che la vittima è stata uccisa a colpi di pistola a pochi metri dalla testimone, non è un buon inizio.
La cameriera (da buon “maggiordomo”) diventa il primo e unico sospetto del caso, e la sua poca loquacità e spinoso carattere si scontra con la flemma, stavolta messa a dura prova, del commissario Maigret.
Tra amanti, intrighi di successioni e testamenti, il punto di forza di questo film è forse la capacità di raccontare una Parigi atemporale, in cui Maigret sembra uscito dagli anni 70, i cellulari sono dei primi Duemila, ma gli argomenti e le abitudini dei personaggi arrivano fino al 2020. Perché Maigret è un personaggio nato nei primi del Novecento, ma che è diventato eterno: può vivere in qualsiasi momento, ed essere sempre riconoscibile.
In pochi semplici mosse la sceneggiatura spennella la silhouette di una metropoli che si adatta perfettamente a cornice di un’intricata storia d’amore e un incrocio di trame che attinge a piene mani alle basi del racconto giallo classico. Anche perché è chiaro fin da subito l’intento del regista Pascal Bonitzer di attenersi, in tutto e per tutto, al romanzo di Simenon da cui è tratto il film (Maigret e i vecchi signori). La sceneggiatura è asciutta tanto quanto i periodi del romanzo, aspetto che si riflette anche nella durata, non tipica, di 78 minuti.
Una sceneggiatura che lavora molto con la psicologia inversa, lasciando che la soluzione rimanga in bella vista davanti ai nostri occhi, per capire se siamo in grado, almeno stavolta, di risolvere il caso prima del commissario Maigret. Potrebbe essere più facile del previsto!


