Danni collaterali
La recensione di Naza
Ciò che sta accadendo in tutta Italia dimostra la potenza del cinema. Un film che racconta l’impossibile, un evento che doveva durare solo tre giorni prima di andare, gratuitamente, in piattaforma, e che invece ha portato a talmente tante file, prenotazioni, richieste e sold out da far decidere a oltre 150 sale italiane di mantenerlo in programmazione molto più del tempo preventivato.
Questo è Naza, e questo è Naza anche al Cinema Nuovo Pendola. Dopo un’altra sera con doppio spettacolo sold out, il film di Yuval Abraham (già regista del premio Oscar No other land) e Rachel Szor rimarrà nella sala di via San Quirico ancora fino a domenica 4 ottobre. E a ragione, verrebbe da aggiungere.
Un film come Naza è socialmente necessario. In un mondo in cui siamo inondati di immagini, di numeri, di notizie, si rischia sempre di perdere la bussola. Si rischia l’abitudine, di sottovalutare, di dimenticare che quei numeri che vediamo tutti i giorni a schermo non sono numeri, ma vite. Singole vite scomparse sotto le bombe, sotto gli attacchi dei droni, sotto un meccanismo talmente perverso da alienare l’uomo e renderlo macchina, in un tracciato che ricorda fin troppo chiaramente un altro tempo e un popolo che sembra essersi dimenticato la sua storia.
Naza vuol dire, letteralmente, “vittima collaterale”. Naza è la parola che l’esercito israeliano usa per chiamare i civili che sono morti “accidentalmente” durante un attacco ad una cellula, ad un membro, o anche solo ad un sospetto affiliato di Hamas. E Naza è il titolo di un film che ha intenzione di farci toccare con mano la “banalità del male” di Arendt. Già solo la parola “naza” fa capire quanto “poco” basti all’uomo per de-umanizzarsi. E può accadere a chiunque: basta far diventare una vittima un numero, un’arma un gioco.
Naza intervista 24 agenti (rimasti anonimi) affiliati all’esercito di Israele, in particolare quelli che dirigono le operazioni di controllo “remoto” per scegliere quali luoghi attaccare durante un bombardamento. Lo fanno attraverso intercettazioni telefoniche, schermi che diventano affacci nelle vite comuni: da un selfie sorridente di un padre con le sue figlie si capisce qual è il punto debole di un balcone, da un “papà, quando torni?” l’orario in cui colpire. E proprio perché questi agenti toccano ogni giorno con mano le vite comuni c’è bisogno di de-umanizzare: c’è bisogno che quelle bambine si chiamino “2 naza” e che quella telefonata resti una prova contro un criminale e non un saluto affettuoso.
I volti degli agenti rimangono coperti, silhouette nel buio, che a volte si stagliano, ma molto più spesso si amalgamano col tessuto cittadino, sempre in notturna, che le circonda. Quasi sembrano sparirci, mentre raccontano le atrocità di cui sono stati complici. Abraham e Szor ci fanno toccare con mano “l’altra faccia della medaglia”, e per arrivare all’osso non rischiano mai di scadere nella pornografia del dolore, perchè usano un altro tipo di metafora. Per tutto il film lasciano che lo spettatore si affacci nelle vite che si intravedono dalle finestre: una donna che spazza, un uomo sdraiato a letto, due fidanzati che tornano a casa con la spesa. Lo spettatore spia la vita quotidiana dei cittadini della Tel Aviv che è sfondo e cornice delle interviste agli agenti, ed è travolto dalla propaganda, più o meno eclatante, che la costella. E più guarda, più ha la sensazione di non dover vedere quei dettagli intimi, eppure così quotidiani e familiari. Forse la stessa sensazione che dovrebbero provare gli agenti nello spiare le vite dei civili gazawi.
“È un bene che sia l’AI a scegliere chi uccidere”, commenta uno degli intervistati.
E tutto sedimenta. Sedimenta nel rumoroso silenzio che si spande nella sala a fine proiezione, nelle lacrime agli occhi e nel groppo alla gola, nei passi pesanti verso l’uscita e i bisbigli arrabbiati.
Perché il potere del cinema è questo: condividere e sublimare le emozioni proprio perché le stai spartendo con lo sconosciuto accanto, che fino a quel momento non avevi mai visto, ma con cui hai condiviso un momento forte, talmente intenso che non c’è stato bisogno di parlare o di conoscersi davvero per sentirsi uniti sotto lo stesso tetto.
Ecco Naza è un film che sa fare questo: unisce nella rabbia, nel sentimento di impotenza, nella paura di non fare abbastanza e nella necessità, invece, di cercare qual è il nostro piccolo da portare sul tavolo per cambiare qualcosa.
Naza ci ricorda perché il cinema è potere, e lo fa con dolore, con forza e decisione: lasciare che la verità parli attraverso l’immagine, che diventa testimonianza e punto di partenza per un passaparola che, se potente quanto i numeri in sala, può diventare atto politico.

